Passiamo un pomeriggio a Segarcea, una piccola città non lontana da Lipovu, dove abitano i parenti di Lorenzo: quando un emigrante torna per le ferie, di solito passa le vacanze di casa in casa, va a trovare familiari, amici, vecchi compagni di scuola.
Segarcea funge un po' da "centro amministrativo" dei paesi rurali che la circondano: qui c'è l'ufficio postale, ci sono i negozi, un supermercato, le scuole secondarie, e le strade sono asfaltate e illuminate. I parenti di Lorenzo abitano nella "ziganie", il quartiere dei rom, a due passi dal Palazzo del Comune. Rispetto alla povertà "contadina" che avevo visto a Lipovu - fatta di povere casette con orto e giardino, galline e oche che razzolano per strada - qui si nota una miseria più "urbana": ai bordi della strada sono ammucchiati i sacchi della spazzatura, e vecchie carcasse di auto abbandonate.
Lo stipendio medio e la scelta di emigrare
Seduto al fresco, mi intrattengo con i miei ospiti. La cognata di Lorenzo mi spiega quelli che, a suo parere, sono i motivi che spingono all'emigrazione. "Qui con un leu - i lei sono le monete rumene - compri ciò che in Italia compreresti con un euro: però al cambio un euro vale quattro lei". La ragazza fa due conti: "quando chiedo l'elemosina a Pisa, con una giornata intera di lavoro al semaforo faccio circa 20 euro. La metà la spendo per fare la spesa, il resto lo mando in Romania". Ai parenti rimasti a casa, dunque, arrivano 10 euro al giorno. Al cambio sono 40 lei ma, dal punto di vista del potere reale di acquisto, la famiglia riceve 40 euro al giorno, circa 1.000 mensili: un vero e proprio stipendio, che consente di mantenere una famiglia.
Rom, gagé e "tismanari"
Chi sono coloro che emigrano da Lipovu? E perché sembra così preponderante l'emigrazione dei rom, rispetto a quella dei romeni "gagé" (cioè "non zingari")? "In realtà", mi spiega Lorenzo, "da qui non partono solo i rom, tutte le famiglie hanno qualche parente emigrato. Tra l'altro, i primi ad andarsene non sono stati i rom ma i tismanari".
Conosco bene quella parola: tismanari. Alcuni amici me ne avevano già spiegato il significato. Ma ora voglio sentire la versione dei miei interlocutori. "Tismanari", dice Lorenzo, "vuol dire mescolati: per esempio quando un marito è rom e la moglie gagé, la famiglia è tismanari".
Qui a Lipovu, la distinzione tra i tre gruppi - rom, gagé e tismanari - sembra corrispondere a una precisa gerarchia sociale. Gli "zingari puri" sono i più poveri: abitano in prevalenza a Lipovu de Sus, molti sono analfabeti e trovano lavoro con più difficoltà. I "gagé" - i non zingari - lavorano regolarmente e hanno stipendi certo modesti, ma che in Romania consentono di vivere con un relativo agio. I "tismanari" vivono in una sorta di "terra di mezzo": non troppo poveri, almeno come origine familiare, ma spesso disoccupati, e con molte difficoltà a trovare un impiego regolare. Scolarizzati, ambiziosi, hanno più strumenti di altri per affrontare il difficile passaggio dell'emigrazione: per questo, forse, hanno intrapreso per primi i viaggi della speranza, cercando all'estero ciò che qui non riuscivano a trovare. Anche nei "campi nomadi" di Pisa si nota una separazione "etnica" abbastanza rigida: ci sono gli insediamenti dei rom e quelli dei tismanari, e ognuno fa vita a sé.
Labili distinzioni "etniche"
Se però si esce dal villaggio, e si parla con i rumeni di città, la distinzione tra i tre gruppi sfuma. Perché Lipovu è definita da tutti come una "ziganie", cioè come un paese abitato interamente da rom. E la parola "tismanari" è sconosciuta. La usano solo gli antropologi e gli studiosi, per i quali però i "tismanari" sono una vera e propria etnia zingara: sono i rom musicisti, quelli che suonano per strada o nei vagoni della metro, che allietano i matrimoni e le feste popolari. Persino i "gagé" di Lipovu, che non parlano la lingua rom e si esprimono esclusivamente in rumeno, sono visti come "zingari" al di fuori del paese.
Di colpo, mi rendo conto di quanto siano labili le distinzioni "etniche" che spesso diamo per scontate: quello che qui a Lipovu è un confine preciso, che divide tre gruppi, altrove è percepito come un continuum indistinto. Non ha molto senso chiedersi chi ha ragione, cioè sapere se i "tismanari" siano davvero rom, se i "gagé" di Lipovu siano "rumeni" o "zingari": perché l'appartenenza etnica non è un dato di natura, ma un artificio, una convenzione. E può cambiare a seconda dei contesti, dei luoghi o delle convenienze.
Arrivati in Italia, molti hanno preferito nascondere la propria origine rom o comunque "meticcia": perché difficilmente uno "zingaro" trova lavoro da noi, mentre un "rumeno" viene facilmente assunto, per esempio nei cantieri edili. All'opposto, per i nostri amministratori locali tutti coloro che vivono nei campi sono rom, e anche i rumeni entrano nella contabilità delle popolazioni "zingare": vanno a sommarsi cioè agli abitanti - macedoni o kosovari - dei campi di Coltano o di Via Maggiore. Un "destino comune" che spinge alcuni rumeni a rivendicare di nuovo, e orgogliosamente, la propria origine rom, magari costruendo alleanze con i macedoni e i kosovari. L'identità etnica è sempre una questione di contesti. E, forse, anche di scelte "politiche".
Ritorno a casa
Non è durato molto il mio viaggio, appena qualche giorno: ma ora ho voglia di tornare. Ho voglia anche di ritrovare la mia (relativa) ricchezza "da italiano": la doccia calda, la casa confortevole e comoda, persino la televisione che di solito non guardo mai...
Gli amici mi accompagnano a Craiova, e cercano di aiutarmi a trovare un treno o un autobus. Andiamo alla Stazione, e per darmi una mano chiedono loro informazioni al posto mio. L'addetta della biglietteria quando li vede chiude lo sportello: "zingari qui non ne vogliamo". Per avere l'orario sono costretto ad allontanare Lorenzo, e a chiedere, da solo, ad un altro sportello: un po' in inglese, un po' in rumeno, mi faccio capire, e a un turista nessuno nega un po' di attenzione. Mi dicono che tra poche ore parte un autobus.
Gli amici mi accompagnano alla fermata, dandomi le ultime indicazioni per la partenza. La moglie di Lorenzo mi ha preparato una busta con dei salumi, il pane fatto in casa e le bibite: "non comprare da mangiare durante il viaggio", mi spiega, "rischi di spendere un sacco di soldi". L'autobus si allontana mentre Lorenzo mi saluta con la mano. Il soggiorno in Romania è finito.
Sergio Bontempelli
Leggi le puntate precedenti:
- Viaggio a Lipovu. Parte terza
- Viaggio a Lipovu. Parte seconda
- Viaggio a Lipovu. Parte prima
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