03/09/10 08:12 | autore: Sergio Bontempelli Stampa

Viaggio a Lipovu. Parte terza 7

La terza parte del racconto di viaggio nel paese dei rom romeni che abitano nei campi di Pisa. La vita ai tempi di Ceausescu, la rivoluzione dell'89 e l'emigrazione all'estero: frammenti di storia dell'Est Europa, nelle parole dei rom di un piccolo villaggio rurale. Il racconto di Sergio Bontempelli

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La casa in cui sono ospite si trova nel centro di "Lipovu de sus", il più povero dei due villaggi che compongono Lipovu. La mattina, al risveglio, provo a fare un giro. I contadini stanno andando al lavoro nei campi appena fuori dall'abitato: la strada sterrata si riempe di carretti a cavallo che trasportano fieno, e di uomini con il forcone o la zappa in mano.

Da lontano vedo arrivare una signora che conosco: è una rom che, a Pisa, è stata protagonista dell'occupazione di un asilo a Ghezzano, l'anno scorso. Voglio vedere che effetto le fa trovarmi qui: mi siedo ad aspettare che arrivi, e mentre passa la osservo con insistenza. Lei si volta, mi guarda smarrita, poi mi abbraccia: "tu che ci fai qui?". Mi fa grandi feste, poi ha un momento di pudore: "lo vedi che siamo poveri, non è luogo da vacanza questo...", mi rimprovera con gli occhi bassi. Provo a sdrammatizzare, dico che comunque è un bel posto: ma anche io mi sento in imbarazzo. Lei mi lancia un'occhiata affettuosa e, per sottrarsi a ulteriori convenevoli, si congeda: "ci vediamo a Pisa".

La vita sotto Ceaucescu

Dalla casa di fronte a quella di Lorenzo esce una signora anziana, minuta minuta, con la pezzola in capo. Fa un gran caldo, e lei si siede a "frescheggiare" in una panchina di legno sull'uscio di casa. Si accorge di me e io, cortesemente, la saluto. Mi guarda incuriosita, sgrana gli occhi per vedermi meglio, ma non mi riconosce: "chi siete?", mi chiede con l'aria sospettosa. Nel mio rumeno maccheronico provo a spiegarle che non ci conosciamo, che sono italiano e che sono venuto a trovare Lorenzo. Lei pare tranquillizzata: "se siete amico di Lorenzo, Dio vi protegge", mi dice con tono quasi materno.

Arriva anche il marito, e mi invitano a sedere con loro all'ombra. Due convenevoli sul tempo, il gran caldo, l'estate così secca (qui a Lipovu non piove da Maggio): poi, cerco di deviare la conversazione, e chiedo come si viveva ai tempi del regime comunista. L'uomo, sulla settantina, si lancia in un'inattesa apologia del dittatore Ceausescu: "con lui c'era lavoro per tutti qui, si stava bene".

Sul filo della memoria, l'anziano signore mi disegna uno spaccato di vita ai tempi del cosiddetto "socialismo reale". A Lipovu, mi spiega, c'erano due o tre aziende agricole, tra imprese statali e cooperative di produzione; appena fuori dal paese, c'era una fabbrica che produceva mattoni, mentre a Craiova c'era un'industria di componentistica aeronavale. In paese lavoravano tutti: lo Stato ti assegnava un impiego obbligatorio, ed era previsto il carcere per chi rifiutava.

In paese, dice il mio interlocutore, non mancava nulla: c'era il lavoro, c'era da mangiare e da vestire per tutti. Ogni famiglia aveva una tessera annonaria, e a Segarcea (a pochi chilometri da Lipovu) c'era il centro di smistamento dove si andava a prendere quello che non si produceva direttamente, dal vestiario al pane, dal sapone agli oggetti per la casa.
La descrizione quasi bucolica dei tempi della dittatura mi fa trasalire: e la repressione del dissenso? E la terribile "Securitate", il servizio segreto del regime che controllava ogni movimento, alla ricerca di possibili "traditori"? E le lunghe file per il pane e per il latte, che ogni rumeno di città ricorda come un incubo? E la penuria, la miseria estrema così viva nel ricordo di tanti, soprattutto negli anni finali della dittatura?

Parlandone con il mio anziano interlocutore, mi rendo conto che queste sono percezioni prevalentemente urbane: legate alla vita, a tratti terribile, che si viveva nelle grandi città, da Bucarest a Timisoara. Qui, in un remoto angolo di campagna balcanica, quei fenomeni arrivavano attutiti: l'autosussistenza delle famiglie contadine consentiva di vivere decentemente, e il dissenso - legato ad ambienti universitari, o comunque colti - non esisteva. La vita, probabilmente, scorreva sempre uguale da secoli: il "comunismo", con i suoi asettici riti di Stato, era un fenomeno posticcio, appiccicato alla meglio nella secolare vita dei contadini. E' questa, almeno, l'immagine che rimanda (indirettamente) il mio interlocutore.

Dopo la rivoluzione

La sera, seduto a cena con la famiglia dei miei generosi ospiti, provo a chiedere ai quarantenni cosa è accaduto dopo la Rivoluzione dell'89. E anche in questo caso, si apre uno spaccato di storia. "Nel giro di un paio di anni qui hanno chiuso tutte le fabbriche e le aziende agricole", mi spiega il fratello di Lorenzo, "e la gente è rimasta senza lavoro". "Lo Stato non ti dava più niente", incalza un cugino, "e qui tante cose hanno cominciato a scarseggiare".

Intanto, dalla città - Craiova - arrivavano le notizie dal mondo. Perché la Romania, da paese chiuso e isolato, era improvvisamente entrata nel vortice della società globale: dal ricco Occidente cominciavano ad arrivare i primi beni di consumo - la Coca Cola, le macchine, gli elettrodomestici - e con essi il sogno di una vita diversa, l'ansia di conoscere universi nuovi, di partecipare alla vita europea. Quel mondo contadino chiuso su se stesso, forse, poteva bastare ancora alla semplice sopravvivenza, al "pane quotidiano": ma cominciava a stare stretto ai più giovani.

Così sono cominciate le partenze. All'inizio si andava per qualche mese in luoghi vicini, magari già conosciuti ai tempi del comunismo (il regime consentiva qualche limitato flusso migratorio in paesi "amici"). Qui a Lipovu la prima meta è stata la vicinissima Serbia: si andava a "fare la stagione" nei campi, uno o due mesi, poi si tornava a casa con un gruzzoletto di soldi, per comprare qualche merce "occidentale" a Craiova. E per farsi belli con i coetanei, mostrando il motorino o il vestito nuovo.

Pian piano, questa prima mobilità "stagionale" si è trasformata in emigrazione. Qualcuno più intraprendente se ne è andato in Germania, dove - nei primi anni '90 - era facile ottenere l'asilo politico, e avere così un permesso di soggiorno che consentiva di lavorare. Poi, con la "stretta sull'asilo" varata dalle autorità tedesche, i migranti hanno cominciato a cambiare rotta, ed è arrivata l'Italia.
Mi resta qualche domanda: perché, da Lipovu, il più importante flusso migratorio è stato quello dei rom? E che relazione c'è, qui in paese, tra la comunità rom, e la popolazione rumena "maggioritaria"? E' la domanda che mi ha portato a fare questo viaggio, e che ora attende una risposta.

Sergio Bontempelli

Leggi le puntate precedenti:

- Viaggio a Lipovu. Parte seconda

- Viaggio a Lipovu. Parte prima

Questo articolo contiene 7 commenti.

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2010/09/03 19:09:57 luigi giannetti X drugo e vengon qua e cosa trovano?Peggio che là, siamo punto ed a capo, il fatto che poi riescano ad avere un'auto (procurata come?) non toglie che abitino in delle baracche e vivano di espedienti. Perchè l'ue non crea la queste prospettive, non da fondi alla romania?Perchè si vuole globalizzare il mondo, con i conseguenti problemi di sovraffollamento?E se stanno qui perchè non mandano i figli a scuola?
X andrea, ma hanno la loro terra da coltivare, la loro casa, la loro famiglia, la loro cultura...L'elettricità spesso non la hanno neanche qui e neanche l'acqua...

2010/09/03 17:09:03 Andrea Monticelli Manco hanno il frigorifero e l'elettricità, per forza vengono.

Quello che non capisco è perchè si spostino tutti insieme, babbo, mamma e figli. Venisse uno solo probabilmente riuscirebbe a sistemarsi e a mandare soldi a casa e poi a farli anche venire qua. Se sei senza soldi e vai dove non hai legami, casa e lavoro e ti porti altre bocche da sfamare, come fai a farcela?

2010/09/03 16:09:47 drugo lebowski Senti Luigi, non è molto rilevante sapere cosa preferirebbe Drugo...
Se proprio ti interessa Drugo vivrebbe benissimo su uno scoglio. Con viveri ed erba da fumare a volontà. Lontano dagli uomini e dall’ipocrisia. Ecco magari se ogni tanto, per sbaglio, passasse qualche donna non ne sarebbe turbato...
Il tuo ragionamento non mi convince per niente, è troppo campato per aria. Non tiene conto di troppi fattori e presuppone un vivere “male” qua che non sta né in cielo né in terra. Il racconto a puntate di Sergio mette in evidenza numerosi aspetti che non vanno sottovalutati, primo fra tutti il fatto che né qui né lì si muore di fame. Cosa abbastanza ovvia, ma spesso fraintesa da molti.
C’è però una cosa che non a tutti è chiara: ed è il motivo scatenante che spinge un individuo a migrare.
Nella maggior parte dei casi è tutta una questione di prospettive. Magari qua in Italia ora non sembra ce ne siano più (cosa non vera, ma purtroppo sempre più vicina alla realtà), mentre là in Romania hanno l’illusione (creata dall’immagine creata ad arte dal nostro vivere occidentale) che qua ce ne sia (e quindi si spostano, giustamente).
Insomma, dire che là vivono meglio che qua, vero o falso che sia, è poco importante. Se in un luogo non ci sono prospettive l’uomo si sposta. Anche se ha tutto quello che gli serve. E io sarò sempre dalla parte di chi decide di far questo.

2010/09/03 14:09:17 luigi giannetti -Dunque li vivono di agricoltura ed artigianato, sono ospitali, hanno una casa ad un canone agevolato in quanto le case sono del comune.
-Qui, non hanno una casa, accattonano, non sono liberi, molti non hanno un lavoro, alcuni delinquono
Cosa preferisci?
Che differenza fa?certo folse il regime riusciva a dare a tutti il giusto, ma mi sembra che la situazione sia buona rispetto a quella italiana...Se l'ue mandasse in romania i finanziamenti anzichè qua forse sarebbero ben contenti di rimanere nel loro bellissimo paese in cui sono stato una volta (in transilvania), diciamo che anche l'ue fa del suo, proprio perchè adesso la romania fa parte dell'ue, l'ue potrebbe aiutarla.

2010/09/03 12:09:26 drugo lebowski Ok Luigi, allora mi pare tu non l'abbia nemmeno letto l'articolo.
Provo a completare il tuo commento, permettimelo:

come avevo scritto e tratto da un altro articolo ciò dimostra che li vivrebbero molto meglio e che sarebbero anche persone molto più gentili in quanto libere di vivere secondo le loro usanze. SE SOLO ORA NON FOSSIMO NEL 2010 GLOBALIZZATO, MA NEGLI ANNI '80 SOTTO LA DITTATURA COMUNISTA

Se l'ho completato male contestualizzalo meglio. Perchè non tenere di conto delle dinamiche del mondo globalizzato (che almeno io ho sempre contestato) mi sembra un'ostinata tendenza a girare intorno alle questioni e tenere solo quello che fa comodo.

Come quelli che del Fascismo si ricodano le bonifiche e i treni in orario.

2010/09/03 12:09:36 luigi giannetti come avevo scritto e tratto da un altro articolo ciò dimostra che li vivrebbero molto meglio e che sarebbero anche persone molto più gentili in quanto libere di vivere secondo le loro usanze.

2010/09/03 11:09:20 drugo lebowski Credo che questi racconti di Sergio siano la risposta migliore a tutte le michiate populiste che si sentono sui rom.

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