05/03/09 10:19 | autore: Francuccio Gesualdi Stampa

L'importanza di essere corti 0

La risposta di Francuccio Gesualdi a Massimo D'Alema sul perché la filiera corta può migliorare le sorti del mondo

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Dopo aver letto l'affermazione di sprezzante sufficienza con la quale D'Alema ha liquidato chi gli faceva notare l'importanza della filiera corta, mi sono convinto che il mondo si divide in due categorie. Da una parte chi concepisce l'economia come una dimensione assoluta da gestire secondo la logica del denaro, del profitto, della crescita, dell'espansione commerciale, in una parola l'economia al servizio dei mercanti. Dall'altra chi concepisce l'economia come una dimensione relativa da gestire in armonia con altre esigenze del vivere umano: l'ambiente, l'equità sociale, l'equilibrio psico-fisico, in una parola l'economia al servizio della persona. Ahimè, D'Alema con la sua uscita, dimostra di appartenere alla prima categoria.


La filiera corta nasce da tre esigenze che dovrebbero stare terribilmente a cuore a un dirigente di sinistra. La prima è legata alla questione energetica. Per fare viaggiare le merci ci vuole carburante e tutti sanno che il petrolio è una risorsa in crisi. La stessa EIA, l'Agenzia Internazionale per l'Energia, ammette che ci stiamo avvicinando al picco produttivo, al momento, cioè, in cui la produzione mondiale di petrolio comincerà a calare perchè si è esaurita la fase d'estrazione facile. Ora il suo obiettivo è prendere tempo farci credere che non ci confronteremo con questo problema prima del 2020-2025, ma su 90 paesi produttori, ben 62, fra cui la Russia, sono già entrati in fase discendente. Del resto, anche se avessimo petrolio in quantità illimitata si pone comunque il problema dell'inquinamento da anidride carbonica. I trasporti contribuiscono per il 20% alla produzione globale di anidride carbonica, se vogliamo abbatterla dobbiamo ridurre i nostri spostamenti motorizzati a partire dalle merci. Uno studio condotto in Inghilterra dall'agenzia DEFRA rivela che il traspoporto incide per il 47% sul consumo energetico dell'intero comparto alimentare inglese, esclusi gli imballaggi e la fase di cottura. E non c'è da meravigliarsene se consideriamo che ad ogni chilo di ciliege fatto arrivare dall'Argentina, via aerea, corrisponde un consumo di 2,6 litri di cherosene e una produzione di 6,5 kg di anidride carbonica. Un vero assurdo non solo da un punto di vista ambientale ma anche energetico perchè si bruciano 53 calorie fossili per disporre di una caloria vegetale. Ed ecco una prima ragione per raccomandare di tornare al consumo locale e di stagione.


La seconda ragione è di ordine sociale. Il cosìddetto sviluppo trainato dalle esportazioni ha calato la maschera: tutt'al più funziona per una minoranza, non certo per la massa. In Cina lo sviluppo economico sta procurando guadagni da capo giro alla nuova classe imprenditoriale, una fetta di popolazione che non va oltre i duecento milioni, l'altro miliardo continua a vivere di stenti. La storia dimostra che quando si crea separazione fra chi produce e chi consuma, inevitabilmente si crea impoverimento. Il sistema non ha interesse a dare un salario dignitoso, né a garantire un posto di lavoro stabile a chi è concepito solo come un paio di braccia che deve produrre per un consumatore lontano. Poichè non è il destinatario di ciò che produce, l'interesse dell'impresa è di dargli un salario più basso possibile, un costo da comprimere al massimo. Poco male se non consumerà, questa funzione sarà svolta da altri. In Europa i lavoratori hanno cominciato a guadagnare di più quando i padroni hanno capito che l'economia aveva bisogno di loro anche come consumatori ed oggi che questa esigenza si sta allentando stiamo tornando verso l'impoverimento. Per questo la lotta alla povertà si conduce riunificando la funzione della produzione e del consumo nelle stesse persone. Questa è la ragione sociale per la quale dobbiamo uscire dall'economia globale, continuazione dell'economia coloniale: dobbiamo fare in modo che ogni parte del mondo produca in via prioritaria per la propria gente. Non ha senso che in Europa si consumino scarpe manufatte in Cina, considerando gli spostamenti dei singoli componenti quando arrivano in vetrina hanno già percorso ventimila chilometri. Non serve agli europei, non serve ai cinesi, non serve all'umanità. Serve solo alle imprese che in nome di un credo tutto loro sacrificano diritti, sicurezze e dignità sull'altare della concorrenza.


La terza ragione per cui dobbiamo privilegiare la filiera corta è una questione di democrazia e trasparenza. Oggi che l'economia è dominata da multinazionali lontane e mastodontiche non controlliamo niente. Non sappiamo niente della storia dei prodotti, nè dei comportamenti dei produttori, così rischiamo di renderci complici di gravi misfatti come lo sfruttamento minorile, la repressione sindacale, l'avvelenamento dell'ambiente, la speculazione finanziaria che fa traballare il sistema. L'unico modo per tornare ad esercitare un controllo sull'economia è riportandola a dimensione locale, perchè solo nel piccolo possiamo verificare di persona come si comportano le imprese e utilizzare il nostro potere di scelta per orientare il mercato premiando le aziende chi si comportano bene e punendo le altre. Questo è il messaggio che ci mandano i gruppi di acquisto solidale che allacciando rapporti diretti con i produttori del territorio li selezionano in base alle loro scelte ambientali, umane e sociali. Finalmente l'economia intesa non come rapporto fra portafogli, ma come rapporto fra persone.

1/09/2010 La protesta delle famiglie del campo rom di Coltano - di Chiara Martina

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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