"Noi da qui non facciamo uscire nulla". Sono queste le parole con cui ci accolgono gli operai della Bulleri Brevetti di Cascina, in presidio da giorni davanti ai cancelli della loro fabbrica che l'amministratore unico dell'azienda, Luca Signorino, ha deciso di mettere in liquidazione.
E' da gennaio che non prendono una lira di stipendio, 50 operai, molti con famiglia che sotto il sole caldissimo di agosto tra i capannoni della zona industriale di Cascina cercando di difendere con le unghie e con i denti l'unica cosa che gli è rimasta per sperare di avere ciò che gli spetta: i macchinari.
Quanto avviene in questi giorni alla INNSE di Milano non è diverso da quello che sta accadendo qui nella provincia di Pisa. Le stesse dinamiche, la stessa lotta, lo stesso modo di agire da parte della proprietà. La differenza per ora è che gli operai della INNSE sono riusciti a fare della loro battaglia una caso nazionale, mentre della vicenda dei lavoratori della Bulleri non ne parla ancora quasi nessuno. "Noi siamo disposti a tutto, anche a salire sul tetto della fabbrica o se sarà necessario sulla grande antenna della Vodafone che è qui vicino" dice Domenico Conti delegato RSU della Cisl Pisa. "La cosa certa è che nessun macchinario uscirà dai cancelli della fabbrica". All'interno dello stabilimento, infatti, si trovano macchinari per un valore complessivo che si aggira fra i 5 e i 6 milioni di euro: un capitale che potrebbe andare a garanzia degli stipendi fino ad ora non riscossi.
La Bulleri è una azienda produttrice di macchine a controllo numerico per la lavorazione del legno, e oltre allo stabilimento di Pisa la famiglia Signorino è proprietario di altri due: uno a Verona ed uno a Carpi.
"Signorino - ci raccontano alcuni operai - sta svendendo questa impresa per tenere in vita gli altri due stabilimenti. Eppure, il lavoro a noi non è mai mancato, gli ordini non sono diminuiti: abbiamo commesse per diversi milioni di euro dalla Russia, dal Brasile, dall'Arabia e dalla Polonia".
E proprio dalla Polonia, nella giornata di martedì si è presentato davanti ai cancelli dello stabilimento un camion per portare via uno dei macchinari venduti. Ci sono stati attimi di tensione, gli operai davanti ai cancelli hanno proseguito il picchettaggio e sono dovute intervenire le forze dell'ordine, chiamate dai lavoratori, per allontanare l'imprenditore polacco venuto a Cascina per prendersi uno dei macchinari che ha commissionato alla Bulleri. Per tutta la giornata di ieri il camion ha sostato davanti allo stabilimento ed anche per oggi, dicono i lavoratori, "ci aspettiamo, un suo ennesimo tentativo di forzare la situazione e portare via la macchina. Lo possiamo capire, ma anche noi abbiamo le nostre ragioni e mentre Signorino continua a fare gli affari, è sei mesi che non prendiamo lo stipendio. Come possiamo tirare avanti? Per questi motivi continueremo a mantenere il presidio".
Anche Daniela Puccini dell'ufficio legale della CGIL, che ha seguito la vicenda , mette in evidenza la mancanza di affidabilità dell'imprenditore: "ai tavoli prende degli impegni e poi le sue azioni vanno in direzione totalmente opposta. Il fatto che le macchine rimangano nello stabilimento è l'unica garanzia per questi operai di avere ciò che gli spetta". Ai lavoratori arriva anche la solidarietà da parte della Confederazione Cobas: "I proprietari dopo avere lasciato senza stipendio i 50 dipendenti, approfittano del mese di Agosto per svendere macchinari moderni ed efficienti. Eppure, il curatore fallimentare non avrebbe autorizzato alcuna vendita. Questi lavoratori vanno sostenuti attivamente: occorre impedire la svendita dei macchinari e rimettere in moto la produzione". Rifondazione Comunista, esprime in una nota il suo sostegno agli operai dello stabilimento di Cascina: "Di fronte a quanto sta avvenendo non è più possibile comportarsi come i terminali politici del governo centrale sul territorio o limitarsi a generici impegni solidaristici. Occorre che le istituzioni locali si schierino senza ambiguità in difesa dei posti di lavoro. Siamo ormai di fronte a un bivio, o rialziamo la testa cosi come stanno facendo gli operai della INNSE, oppure banchieri, padroni e governo ci faranno pagare per intero la crisi economica da loro stessi creata, con chiusura di fabbriche, licenziamenti e miseria".
Chiediamo agli operai che picchettano la fabbrica quali possano essere le possibili via d'uscita da questa situazione: "per prima cosa - ci spiega Domenico - devono darci i 6 mesi di stipendio che non hanno versato. Poi chiediamo in primo luogo alle istituzioni di attivarsi per trovare un compratore disposto a rilevare lo stabilimento. Noi operai ci stiamo anche informando sulla possibilità di costituire una cooperativa per comprare fabbrica, ma la cosa non è semplice. Ci vogliamo comunque provare, ne va del nostro lavoro e della nostre famiglie. Ci sono professionalità che non siamo disposti a perdere, molti di noi sono operai specializzati che sanno fare molto bene il loro lavoro".
Sono tanti i chilometri che separano gli operai della Bulleri da quelli della Innse ma l'obiettivo che portano avanti è lo stesso "difendere il posto di lavoro".
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