E' prevista per oggi la pubblicazione, da parte del Ministero dell'Interno, della lista di siti che dovrebbero ospitare i nuovi CIE, i centri di trattenimento per immigrati in attesa di espulsione. La notizia che uno di questi siti potrebbe trovarsi in Toscana, ha provocato numerose polemiche: nella giornata di ieri, Pisa Notizie ha pubblicato le dichiarazioni del presidente Martini, che si è detto contrario all'insediamento di un "centro" di questo tipo sul territorio.
Pisa Notizie vi propone oggi una testimonianza-reportage da Lampedusa di Stefano Galieni, giornalista, editorialista di Liberazione, che è stato sull'isola siciliana nei giorni "caldi" della rivolta. Sotto, una intervista a Moreno Biagioni, consulente dell'ANCI Toscana per le problematiche dell'immigrazione, che spiega perchè la Toscana non ha mai ospitato i CPT.
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Lampedusa, Via Roma.
D'estate, soprattutto alla sera sono tanti i turisti che si affollano, che si siedono ai bar eleganti, che si godono momenti di brezza dopo giornate di sole.
Ma in questo inverno, su Via Roma, bisogna stare attenti anche ad attraversare la strada.
Autoveicoli della polizia, dei carabinieri, della finanza, persino dell'esercito, passano in continuazione, dentro agenti in assetto antisommossa. Gli isolani si sentono assediati, guardano con fastidio e timore le tante, troppe divise, se questa estate, come probabile, la loro presenza sarà ancora così opprimente salterà l'intera stagione turistica, quella che dà da mangiare ai quasi 6000 abitanti della frontiera meridionale dell'Italia.
Ma il timore non è solo per l'egoismo dettato dagli affari: l'isola si sta trasformando, i lampedusani lo hanno capito bene e si oppongono.
Fino a qualche mese fa la Lega a Lampedusa era una forza politica rispettata, esprimeva anche il vice sindaco. Oggi i manifesti contro Maroni e contro l'intero governo campeggiano nei luoghi più visibili. La rivolta è scoppiata quando il ministro dell'interno ha deciso, con atto di autorità, di realizzare nell'isola un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione, ndr), utilizzando ciò che resta di una vecchia base NATO, la base "Loran" in zona "Capoponente".
La Loran è oggi una catapecchia, situata in un area vasta 500 mila metri quadrati, quasi un quinto dell'isola. Il progetto originario prevede di portare dei container per rendere più capiente il CIE, in teoria potrebbe ospitare 30 mila persone. E la frase comune, quella ripetuta da tutti è semplice e banale: «Non vogliamo che la nostra isola diventi un carcere a cielo aperto».
Le rimostranze della popolazione, Sindaco in testa, hanno costretto per ora a ripiegare su una soluzione ancora più esplosiva. Il centro di accoglienza e primo soccorso, già presente (ha una capienza massima di 750 persone ma ne ha ospitate 2000), è stato trasformato per decreto in CIE. «In questa maniera» - si è giustificato il ministro - «i "clandestini" non si disperdono in Italia e possono essere espulsi più facilmente».
Inevitabile la rivolta, meno pensabile che la rabbia dei migranti rinchiusi e quella dei cittadini si trasformasse in alleanza. In pochi giorni è accaduto di tutto: migranti fuggiti dal centro ospitati, rifocillati ed aiutati ad arrivare in Sicilia, manifestazioni contro il CIE, un comitato spontaneo che presidia la piazza, che porta in continuazione a decisioni condivise, una amministrazione che si pone al fianco dei manifestanti. Egoismi forse, ma anche coscienza acquisita di quelle che sono le inaccettabili condizioni di vita nei CIE. Migranti e isolani si sono incontrati, hanno riconosciuto gli uni negli altri il senso di abbandono e di sudditanza a cui si sono ritrovati sottoposti. Estraneità e distanza dalle istituzioni nazionali, sentirsi vittime incolpevoli di interessi economici e politici enormi e incontrollabili.
Quanto accaduto in questi giorni segna una frattura importante, che assume i contorni della percezione individuale delle persone di fronte al Potere. Potrà anche essere ricomposta con la vecchia arma del ricatto, offrendo come concessioni quelli che sono diritti che a Lampedusa non esistono: una scuola decente, un presidio sanitario degno di questo nome, collegamenti con la terraferma che non siano minati dalle intemperie. Ci proveranno, come proveranno a corrompere qualche albergatore a cui garantire la struttura piena per dividere la popolazione. Ma a Lampedusa in questo freddo e piovoso inverno si sono sperimentate forme di accoglienza e di solidarietà nuove, sono saltate le distanze fra migranti e autoctoni. E non è detto che questa contraddizione possa essere sanata.
Stefano Galieni
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Moreno Biagioni è da molti anni consulente dell'ANCI Toscana, l'organizzazione dei Sindaci della nostra regione, e si occupa specificamente delle politiche migratorie. A lui abbiamo chiesto di raccontare le vicende passate riguardanti i CPT, che ora si chiamano CIE: in una parola, i "centri" che servono per trattenere gli stranieri irregolari in attesa di espulsione.
Cominciamo dalla domanda più semplice e banale: che cosa sono i CIE, gli ex CPT?
Facciamo una premessa. Le procedure di rimpatrio degli irregolari sono sempre state molto complicate e difficili. Per rinviare un immigrato al suo paese bisogna anzitutto avere mezzi e risorse economiche (per aerei, personale di polizia addetto alla sorveglianza ecc.). E poi, bisogna stabilire l'identità e la nazionalità dello straniero: cosa non facile, perché gli irregolari spesso non hanno il passaporto. L'espulsione, insomma, è una faccenda complessa, e gli stranieri vi si sottraggono.
È un problema ben noto agli esperti, che andrebbe affrontato con strumenti non repressivi: per esempio, favorendo le forme di regolarizzazione, in modo da ridurre al minimo l'area dell'irregolarità. La "Turco-Napolitano", che pure prevedeva una sanatoria, decise di affrontare la questione istituendo i CPT: luoghi dove gli stranieri possono essere "trattenuti" in attesa della definizione delle procedure per il loro rimpatrio.
Sono, queste, strutture di costituzionalità almeno dubbia: perché gli stranieri irregolari non hanno commesso alcun reato, sono semplicemente "senza documenti", e non dovrebbero essere detenuti (o "trattenuti", come si dice nel caso dei CPT). Poi, nel tempo, si sono anche rivelati luoghi di negazione dei diritti, di mortificazione della dignità degli stranieri. Tra l'altro non servono nemmeno ai loro scopi dichiarati: costano tanto, e i rimpatri sono pochi...
La Toscana è una delle poche regioni che non ospita nessuna struttura di questo genere. Perché?
Sembra quasi di raccontare una fiaba dell'altro secolo: quando si riuscì, con una mobilitazione che coinvolse i Comuni, la società civile, il mondo cattolico, quello sindacale e i centri sociali, a bloccare la costruzione di un centro di permanenza nel territorio toscano.
All'epoca - mi riferisco alla fine degli anni '90 - era stata approvata da poco la legge "Turco-Napolitano", che per la prima volta prevedeva il trattenimento degli stranieri in attesa di espulsione. Il Ministero cercava luoghi dove costruire i CPT, e in Toscana furono individuati diversi siti: prima a Vada, poi vicino Signa. Ma la gente era contraria, e reagì. Partirono prima i centri sociali, poi le associazioni e i Sindaci. L'ARCI svolse un ruolo prezioso di "cerniera" tra le componenti più radicali, l'associazionismo e gli amministratori. Si mossero i sindacati, le organizzazioni del mondo cattolico, ci fu una manifestazione regionale molto partecipata: e alla fine la stessa Regione Toscana prese posizione...
Perché questa contrarietà così diffusa?
Beh, c'erano motivazioni "nobili", e anche qualcuna "meno nobile". Da un lato, correva voce che gli immigrati "trattenuti" erano - alla fin fine - dei delinquenti: ed era meglio non averli sulla porta di casa... Ma la motivazione prevalente era di natura democratica: gran parte delle associazioni e della stessa gente comune capì che si trattava di luoghi di negazione del diritto. E si oppose, in nome della solidarietà e dell'antirazzismo.
In prima fila contro i CPT, dunque, c'erano anche i Sindaci...
Si, gli enti locali parteciparono attivamente a quella vicenda. La Consulta per l'Immigrazione dell'ANCI avviò un dibattito sulla propria rivista, Percorsi di Cittadinanza, al quale parteciparono esponenti dell'associazionismo, docenti universitari, esperti. In qualche modo, l'ANCI svolse un ruolo di raccordo tra le varie anime di quel "movimento".
Che effetti ha avuto la mobilitazione di allora?
Beh, ebbe uno straordinario risultato nell'immediato: il CPT non fu costruito, il Ministero abbandonò l'idea di metterne uno in Toscana. E ha influito anche dopo: perché del CPT in Toscana non si è più parlato per anni, se non in qualche dichiarazione sporadica.
E adesso?
Beh, dicevo prima che sembra di raccontare una fiaba dei tempi passati. Perché oggi il clima politico è molto diverso. Nel dibattito di oggi prevalgono le ossessioni per la cosiddetta "sicurezza", e anche in Toscana molte amministrazioni locali adottano ordinanze di carattere restrittivo e securitario: magari non hanno preso posizioni esplicite a favore dei CPT, ma di fatto alimentano quella cultura, portano argomenti a chi parla della necessità dei CPT-CIE.
Allo stesso tempo, mi sembra significativo che il Presidente della Regione Claudio Martini si sia espresso in modo netto contro l'ipotesi di un nuovo CIE. Significa che quella mobilitazione ha lasciato tracce importanti nella sensibilità di alcuni amministratori.
Intervista di Sergio Bontempelli
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